Ambizione e spirito di squadra: Tortorici e gli anni alla LUISS

10 Gennaio 2018

Vincenzo Tortorici (Senior Partner e Managingn Director di Boston Consulting Group, laureato in Economia e Commercio nel 1992), che cosa le ha lasciato l’esperienza vissuta in LUISS come studente?
Il mio periodo in LUISS è stato sicuramente uno dei passaggi chiave e “di svolta” nell’evoluzione da ragazzo a uomo. L’impatto – all’inizio anche un po’ traumatico, perché inaspettato – con un ambiente simil-lavorativo, strutturato ed esplicitamente votato all’eccellenza, ha catalizzato la mia transizione mentale e comportamentale da studente a professionista. In questo, ritengo che la LUISS sia stata fantastica nell’infondere in modo naturale in tutti noi quello che oggi riescono a fatica a realizzare anche le più grandi aziende. Parlo dello spirito di emulazione sano e virtuoso, all’ambizione di essere i migliori unitamente a quel forte spirito di squadra che i banchi di scuola cementano. Il mio ricordo più vivido è l’ultima forma di competizione sana e in genuina amicizia provata nella vita con Salvatore e Andrea: prima degli esami ci massacravamo di domande impossibili “stile Rischiatutto” e ci aiutavamo nella preparazione con l’obiettivo di eccellere.

Quanto è importante viaggiare, conoscere luoghi e culture diverse? Qual è il più grande insegnamento che ha imparato viaggiando e vivendo all’estero?
È fondamentale, come professionista e, soprattutto, come persona. Ti aiuta a vivere in prospettiva e con sereno distacco i piccoli provincialismi “di casa nostra”, ti responsabilizza e “adultizza” nella gestione dei pro e dei contro dell’indipendenza, ti predispone a inquadrare come normali i modi “diversi” di fare le cose e di pensare, e ti proietta verso una capacità strutturale di lavorare e divertirti nel quotidiano dovunque nel mondo. Il più grande lascito del mio girovagare professionale – che è stato piuttosto intenso per anni – è l’aver sviluppato la capacità di diventare un “locale” in pressoché qualunque posto al mondo dopo soli 3-4 giorni di trapianto. Pur rimanendo barese nel cuore!

Nella sua esperienza umana e professionale ricorda un momento di defaiance? Come l’ha superato?
Non esiste percorso professionale e, aggiungerei, di vita (specie se vissuta con sogni ed elevate aspirazioni) senza alti e bassi, anche particolarmente sfidanti. Sì, ho avuto i miei momenti di difficoltà e la sensazione più inquietante – ma, col senno di poi, più formativa – è stata quella di “perdere l’equilibrio”. Mi hanno aiutato due cose: prima di tutto, quando da solo cominciava ad essere dura “tenere”, mia moglie Valentina e i miei figli Carlos Leon e Carmen Rocìo, la mia vera ragione d’essere e colonna portante per stare in equilibrio sempre e comunque; poi, una vocina, che da sempre “mi parla” facendosi irrimediabilmente viva ogni volta che si palesa in me la tentazione di mollare, che mi ha intimato di rialzarmi e riprendere la posizione, ricordandomi che la partita è lungi dall’essere finita.
Secondo lei, quali sono i fattori determinanti per intraprendere una carriera di successo? Quanto contano hobby e associazionismo in un percorso di crescita?
Premesso che la buona sorte e “le circostanze” giocano sempre e comunque un ruolo importante in una carriera di successo, credo che gli ingredienti fondamentali siano una profonda conoscenza di se stessi e di “quel che si vuole” più intimamente dalla vita (quello che ti diverte, quello che “ti gasa”, quello che ti fa sentire bene!), la lungimiranza (decidere oggi pensando ai passi successivi, con un progetto professionale in mente) e la ferrea determinazione. Personalmente, non assegno grande valore e potenziale di concreta produttività al lobbismo e all’associazionismo, forse perché ho scientemente perseguito un positioning tecnocratico nel mio sviluppo professionale. Credo invece fermamente nello sviluppo e coltivazione di relazioni “vere”, che dal business travalichino nel personale, profondamente incentrate su stima e lealtà consolidate negli anni e che possono portare molto lontano e aprire tante porte.

Quali sono i consigli che darebbe ai nostri giovani colleghi laureati? Quali sono le competenze e le abilità necessarie per operare nel mondo della consulenza? Cosa dovrebbe fare la LUISS per preparare al meglio i giovani in questo settore?
Ai giovani laureati di oggi consiglierei vivamente di non “fissarsi” acriticamente sul template professionale che ha caratterizzato le generazioni precedenti, compresa la mia, incentrato sui servizi professionali generalisti di tipo strategico/finanziario. La legge dei rendimenti marginali decrescenti ha fatto e farà il suo corso, e gli stereotipi (e falsi miti) della Wall Street anni ’80 hanno fatto il loro tempo. Le macro-discontinuità – da sempre fonte di opportunità e lucro – si materializzeranno in futuro sempre più in ambito tecnologico in senso lato, e il mio consiglio ai giovani è di tuffarsi in quell’arena. Lo stesso settore della consulenza si è evoluto moltissimo nel corso degli ultimi 15-20 anni come riflesso dei cambiamenti dell’economia e della società, prendendo una deriva specialistica molto tecnologica orientata a solutions concrete in ambito digitale, di shared economy e di big data. I fattori chiave di successo per i professionisti del futuro – molto diversi da quelli della mia generazione – verteranno sulla capacità di creare condizioni abilitanti per la monetizzazione della tecnologia e dell’innovazione, e sulla velocità di guida o assecondamento del cambiamento. Alla LUISS consiglierei pertanto di proiettare la formazione dei futuri uomini e donne d’impresa soprattutto in questa direzione, massimizzando le applicazioni pratiche del sapere.

Nei prossimi anni i giovani quali sfide dovranno affrontare? Quali sono le tendenze e le evoluzioni già in atto nei paesi più all’avanguardia?
Ai giovani invidio praticamente tutto, ovviamente, tranne il contesto strutturalmente complicato in cui dovranno prendere decisioni di sviluppo professionale. Tutto è e sarà più volatile, meno stabile/duraturo e – pertanto – meno pianificabile. In più, le economie sono diventate nel tempo sempre più selettive e demanding nella remunerazione delle professionalità, associando sempre più alti compensi ad alto rischio personale. Penso che i giovani dovranno sviluppare una capacità strutturale di adattarsi a svolgere “mestieri diversi” cambiando “molte pelli” nel corso di una vita professionale, ovvero variando azienda, settore di operatività, paese, ruolo e forma di remunerazione. Occorreranno dosi elevate di imprenditorialità, flessibilità personale e tolleranza per il rischio, come riflesso di un’economia che sempre più – soprattutto nei paesi più evoluti e finanziarizzati (USA in primis) – remunererà “a variabile” il dimostrato successo monetario di un’iniziativa rifuggendo i costi fissi. E, soprattutto, occorrerà sviluppare pragmatismo di approccio e concretezza di delivery, in un contesto in cui c’è, e sempre più ci sarà, eccesso di informazioni, dati, idee più o meno solide, liberi pensatori, ma fondamentale scarsità di rigorosa execution (far succedere davvero le cose!).

Quando era bambino che cosa sognava di fare da grande e dove si immagina tra dieci anni?
Sognavo di fare il pilota di rally. È sempre stata la mia più grande e viscerale passione. Tuttora corro – compatibilmente con gli impegni familiari e professionali – e resta l’attività che più genuinamente mi procura felicità “vera”. Tra dieci anni… mi immagino – e mi voglio fermamente – ritornato a casa nel mio Sud, a godermi mia moglie e i figli (quando potranno…) e a coltivare tutti gli interessi personali e familiari che per impegni lavorativi (iniziati a 22 anni) ho dovuto temporaneamente sacrificare. Col vero lusso del tempo a disposizione, mi piacerebbe molto – trovandolo quasi doveroso, a fronte del privilegio ricevuto di un percorso professionale che mi ha dato tantissimo – impegnarmi in forme concrete di “restituzione” alla società e ai giovani, mettendo le mie esperienze e quello che so fare al loro servizio. C’è solo una “cosa professionale” che mi convincerebbe a posporre questo scenario… ma è un segreto per pochi intimi! E so che, in quel caso, avrei il supporto di Valentina per “un altro round”.

Il suo motto?
Ce lo ripeteva la Maestra Moccia alle elementari: “È proprio quando la mano inizia a farvi male che va intensificato lo scrivere!”.

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