Cooperazione internazionale e sviluppo. L’esperienza di Silvia Biondi tra analisi e prospettive

15 Aprile 2021

Silvia Biondi, Capo Sezione Unità Programma per la pace e conflitti World Food Programme, laureata in Scienze politiche – indirizzo internazionale nel 2001.

Il primo ricordo che le viene in mente pensando agli anni trascorsi in Luiss.

I ricordi più belli vanno senz’altro ai gruppi di studio con alcuni dei miei compagni di corsi – oggi molti di loro impegnati in Commissione Europea o come me alle Nazioni Unite. Ricordo con piacere e passione le lezioni di Diritto Internazionale e Relazioni Internazionali e Diplomatiche e le esperienze condivise da Professori come Staffan de Mistura, che poi ho avuto il piacere di conoscere meglio durante il suo percorso in WFP. Da ultimo, la mia esperienza Erasmus nel nord della Germania- così intensa, da considerare ancora oggi quei luoghi casa.

In che cosa la Luiss l’ha aiutata nel suo ingresso nel mondo del lavoro

Ricordo bene il volantino al Placement office della Luiss che riportava un bando di uno stage non retribuito denominato MAECI-MIUR-CRUI.

Iscritta nel 1995 a scienze politiche – indirizzo internazionale, sono arrivata a WFP grazie alla Luiss. Quando raccolsi quel volantino, lavoravo nel settore privato, in Alitalia. Lasciai un lavoro sicuro per inseguire il mio sogno. Dopo quel primo stage nel dipartimento cooperazione presso il Ministero degli Esteri, sono passata alla consulenza nel settore della cooperazione internazionale, lavorando a Sarajevo alla ricostruzione post guerra dove ho anche avuto il privilegio di partecipare all’evento della riapertura del ponte di Mostar, la cui ristrutturazione fu proprio seguita dalla Cooperazione Italiana. Dopo una parentesi con varie ONG internazionali, ho cominciato il mio lavoro in WFP dapprima in Ruanda per due anni e poi senza sosta in tutti i maggiori scenari di guerra. Ho cominciato quindi grazie alla Luiss che mi ha dato quel volantino.

Negli ultimi venti anni il suo lavoro l’ha portata a occuparsi di emergenza e sviluppo in Africa, Europa e Asia tra luoghi e culture diverse, anche in scenari di guerra. Organizzazioni come il WFP concretamente come operano?

Il WFP è una agenzia delle Nazioni Unite che, a differenza di altre, ha sia un mandato umanitario che di sviluppo. WFP nasce come agenzia di emergenza, ma ora è radicata in modo capillare in 84 paesi con contesti molto diversi. Abbiamo alcune operazioni maggiori, come ad esempio in Siria o in Etiopia, ma non ci occupiamo solo di distribuzione di cibo, nonostante l’immaginario collettivo dei nostri aerei ed elicotteri che paracadutano cibo nei luoghi più impervi ed irraggiungibili. Con i suoi 15.000 dipendenti, WFP porta avanti anche progetti di sviluppo sostenibile, “climate change”, supporto alle comunità tramite i programmi di safety net. Personalmente, in Turchia ho avuto modo di gestire il più grande progetto umanitario di distribuzione non alimentare che si occupava di integrare i rifugiati siriani in Turchia, anche facendo leva sul sistema assistenziale già pre-esistente nel paese.

Quali sono le competenze e le abilità necessarie per operare nel mondo della cooperazione internazionale?

Sicuramente bisogna avere anche una spiccata capacità di adattamento e una veloce abilità di analisi del contesto in cui si opera. Bisogna dimostrare rispetto ed empatia per le culture diverse ed essere informati sul contesto in cui si lavora. La conoscenza delle lingue e l’apertura ad imparare le lingue locali aiuta senz’altro; un pizzico di diplomazia e resilienza.  Sicuramente queste sono abilità che non si imparano sui libri ma sul campo, certamente la Luiss, con la sua apertura globale, con le lingue e in generale Scienze Politiche, mi ha aiutato con una solida base.

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere una carriera simile alla sua? 

Il mio lavoro spesso non consente di non avere una vita privata. Quando chi vuole intraprendere la mia professione mi chiede un consiglio, gli dico di portare sempre con sé un affetto, un guscio con cui proteggersi, una tana dove rifugiarsi. Ci vuole infatti una buona dose di worklife balance. Chi fa il mio mestiere o lavori similari, circa ogni due anni è costretto a spostarsi e si perdono le proprie radici. Personalmente sono stata fortunata: ho un marito da oltre venti anni che quando ha potuto, mi ha seguita o altrimenti mi ha aspettata.

La crisi pandemica e l’impatto di essa in tutti i settori della nostra vita personale, professionale e sociale cosa ci stanno insegnando e dove ci condurranno?

Il Covid e questi lunghi periodi di lockdown hanno portato con sé sicuramente molte conseguenze negative per tutti. Professionalmente, sicuramente questo ha avuto un impatto molto forte sulla mia capacità di viaggiare e raggiungere le persone più bisognose che, come dicevamo prima,  sono ogni giorno sempre più numerose. Al tempo stesso però, il viaggiare di meno e lavorare da casa mi ha fatto apprezzare di più il tempo trascorso con la famiglia e gli affetti. Credo che molti si siano trovati in una condizione simile. Penso che dovremmo mantenere nel tempo i valori, le abitudini e le esperienze che abbiamo riscoperto, nostro malgrado, durante questa pandemia.

Qual è l’aspetto del suo lavoro che preferisce?

Il mio lavoro è molto complesso. Mi piace lavorare sul terreno, a contatto con le persone che assistiamo. Nel corso del mio incarico in Turchia, prima di arrivare a Roma, ho lavorato giorno e notte per due anni per un progetto a supporto di 1.700.000 persone, con scadenze stringenti anche per il trasferimento dei fondi e la messa a disposizione dei beneficiari, ma anche molta diplomazia con il governo Turco, la Croce Rossa locale, che era il nostro partner, e l’Unione Europea. Ma la fatica era compensata ogni volta che avevo occasione di visitare alcune di queste famiglie, sedermi con loro e sentire le loro storie, quelle dei nonni che avevano accompagnato e crescevano i nipoti, quelle della faticosa ricerca di normalità dopo aver lasciato tutto in Siria, loro paese d’origine. Lo stesso è accaduto in ogni posto in cui sono andata, nei centri nutrizionali in Africa dove distribuiamo cibo alle madri incinta e ai bambini in età prescolare, per spezzare il circolo vizioso della malnutrizione.

Nella sua esperienza umana e professionale ricorda un momento di défaillance? Come l’ha superato?

Ci sono stati due momenti. Il primo durante la guerra civile in Burundi quando sono stata evacuata in mezz’ora nella notte per motivi di sicurezza e avevo perso i contatti del mio team. Quello che è stato difficile è stato lasciare i miei colleghi locali e non avere loro notizie per giorni. In quel momento avrei voluto mollare. Mi è bastato sentirli ed essere rassicurata sulle loro condizioni per ripartire.

La seconda ero in Ciad, incinta di tre mesi mentre mio marito era in Italia. Appena atterrata in un aeroporto nel nord est del paese, mi sono trovata coinvolta in uno scambio a fuoco tra guerriglieri e forze militari. Aspettavo mio figlio e ho avuto paura per lui.

In che misura ha trovato barriere nella sua carriera, soprattutto per il fatto di essere donna?

Sono fiera di essere una donna e non nego di aver incontrato delle difficoltà e di aver subito talvolta episodi sgradevoli. Ma anche in questi casi l’empatia, il rispetto e un pizzico di astuzia mi hanno aiutata.  Quando arrivo in un paese chiedo sempre quali gesti non devo fare – il linguaggio del corpo pone spesso delle barriere insormontabili tra le culture. Cerco subito di carpire segreti della cultura del luogo chiacchierando con l’austista che viene a prendermi all’aeroporto. Le donne hanno una straordinaria capacità di essere resilienti, sensibili, forti, empatiche e astute. Senza entrare in polemiche, ho imparato con l’esperienza che l’obiettivo è rappresentato dal fatto che la mia idea possa essere scelta come soluzione anche se il merito possa essere riconosciuto ad altri e non a me. La chiamo la mia “personale diplomazia umanitaria silenziosa”.

Da bambina, cosa sognava di diventare?

A 10 anni sognavo di fare l’interprete di conferenza, magari proprio alle Nazioni Unite. Ho sempre pensato che la comunicazione, verbale e non, fosse un mezzo per superare le barriere. Anche se poi ho fatto altro, conosco e parlo 4 lingue, e sebbene non sia diventata un’interprete, mi affascina e mi emoziona ancora sentire la traduzione simultanea che viene fatta nelle sedute dell’Executive Board dell’ONU e del WFP.

Quanto è soddisfatta dei traguardi raggiunti?

Sono una perfezionista e non mi sento mai arrivata. Mi metto sempre in discussione per migliorare. Comunque sono assolutamente soddisfatta del mio percorso.

Quali sono i suoi prossimi obbiettivi?

Per regola interna del WFP, noi funzionari internazionali siamo soggetti a trasferimento ogni pochi anni, e già so che tra due lascerò nuovamente Roma. Se potrò scegliere, la mia preferenza va per il Sud Africa dove abbiamo un ufficio regionale che copre 11 paesi, e dove sono stata per 4 anni. Vorrei tornare lì perché avrei opportunità di crescita professionale, ma anche e soprattutto perché è un paese splendido da tanti punti di vista, in cui ho anche cresciuto mio figlio (l’ho portato lì che aveva 3 anni).

Un libro che consiglierebbe di leggere.

La città della gioia dello scrittore Dominique Lapierre. E’ ambientato a Calcutta e oltre a essere un romanzo toccante e un reportage crudo scritto con cura per i dettagli, con particolare attenzione alla storia, alla cultura e alle tradizioni locali, ritratto e testimonianza di una parte dell’India che è stata e che ancora adesso in parte continua ad esistere è anche una straordinaria lezione di coraggio e un appello alla speranza. Di sicura ispirazione per tutti i lettori, in particolare per chi abbia voglia di intraprendere carriere diplomatiche. Da un senso degli spaccati delle difficoltà che si possono incontrare facendo un lavoro come il mio.

Qual è il suo motto?

E’ un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce vai da solo ma se vuoi andare lontano vai insieme agli altri”. Lo uso molto per fare gioco di squadra non solo con il mio team. I governi, i beneficiari, i partners hanno un ruolo fondamentale per la riuscita di un progetto nel mio settore. I contributi dei vari soggetti interessati sono preziosissimi. Per cui fare insieme, è meglio ed è più efficace.

Chiara Rinaldi, Giornalista

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