I miti, i traumi e l’intesa necessaria tra Italia e Germania. L’intervista a Federico Niglia.

19 Aprile 2021

Rappresentata spesso come una sorellastra o matrigna, la Germania è un partner strategico per l’Italia sia da un punto di vista economico, che politico. Federico NigliaBeda Romano e Flavio Valeri, autori del libro “Italia e Germania. L’intesa necessaria (per l’Europa)”, edito da Bollati Boringhieri, hanno deciso di raccontare in modo prismatico, da tre punti di osservazione – l’accademia, il giornalismo e la finanza – l’interesse per un Paese che è molto importante “lavorando su questo ‘mito’, per capire se è vero o meno”.

Professor Niglia, anticipiamo però le conclusioni, senza svelare le analisi più interessanti contenute nel libro.

La conclusione è che in realtà Italia e Germania sono molto più simili di quanto immaginavamo, soprattutto in ambiti in cui pensavamo che fossero molto diverse. Da una parte, parlano le cifre, ad esempio, sull’interscambio commerciale e la filiera produttiva che lega il nord Italia e la bassa Germania. Ci sono anche altri aspetti, come la forte convergenza politica. Anche se, nel periodo che va dalla crisi del 2008 in poi, la Germania è stata vista come quella che ‘impone’ ai paesi dell’Europa mediterranea, Italia compresa, una serie di vincoli e obblighi che non sarebbero nel nostro interesse. Questo non è vero perché i due Paesi si muovono spesso in maniera sintonica, magari silenziosa e sul versante delle relazioni internazionali, tramite i governi e i diplomatici.

Quali i punti di maggiore contatto tra i due Paesi?

Italia e Germania condividono una visione abbastanza simile dell’integrazione europea, hanno una visione simile dello stato di diritto e della democrazia, questo perché hanno una storia che per certi versi è parallela. Tutto questo pesa in una Europa a 27 e nella definizione delle priorità dell’Ue. Su alcuni dossier i due Paesi sono stati divisi, ad esempio, su alcune priorità dell’integrazione economica, ma anche sul tema dei migranti si sono registrate delle distanze. Ma non dobbiamo confondere il rapporto di divisione e contrapposizione nell’immediato, con quella che rimane un’intesa strategica di lungo periodo.

Quando nasce allora questa narrazione della Germania e perché questo rapporto di odio e amore?

È una storia molto profonda che copre tutto il secolo scorso e affonda le sue radici nella seconda metà dell’Ottocento. È un rapporto di amore perché i tedeschi guardano all’Italia con interesse come nazione, un Paese che offre un modello di vita e di cultura riconosciuta come importante; allo stesso tempo, gli italiani guardano alla Germania come un Paese dinamico, forte economicamente, stabile. Peculiarità che spesso sentivamo mancare al nostro.

In questo rapporto, però c’è anche un sentimento di rigetto che si è alimentato su una serie di traumi, primo tra tutti quello della Seconda guerra mondiale. Si tratta di scorie che sono rimaste e hanno avuto un peso, ma che sono state anche utilizzate, negli anni successivi un po’ per giocare sul mito del nemico esterno, di una Germania che imponeva, ossia di qualcuno che di fatto prendeva decisioni anche per celare una serie di riforme mancate in Italia. E anche perché il mito del buon italiano e del cattivo tedesco, per molto tempo, è stato un ottimo alibi, definendo un’immagine distopica.

Quanto l’euroscettismo si è sovrapposto alla paura della Germania?  

Spesso abbiamo osservato come una certa idea dell’Ue si sia fusa con l’antigermanesimo, al punto che si è spesso detto che la Germania influenza l’Europa e l’Europa impone all’Italia. Questo vizio di pensiero è legato ad una lettura dell’UE come soggetto meramente economico monetario e in questo caso è anche naturale che risenta dei criteri tedeschi in ambito di integrazione economico-monetaria, perché la Germania è il primo motore d’Europa. Ciò su cui dovremmo interrogarci sono le altre identità dell’integrazione europea legate al concetto di democrazia, di cittadinanza e, ovviamente, alla politica estera. Su questo l’Italia ha molto da dire, anzi, i tedeschi è proprio su questi temi che si aspettano una maggiore leadership italiana.

Abbiamo un’occasione in più con questo governo?

Sì, ma anche a prescindere da questo esecutivo. Consideriamo alcuni dati: la Germania quest’anno vota, dopo 15 anni di Angela Merkel, ed è ragionevole aspettarsi la formazione di una nuova leadership e dunque di un processo di transizione. Inoltre, nel 2022 vota la Francia. Questo ci dà un quadro di movimento dei Paesi maggiori dell’Unione che accende i riflettori sull’Italia. Abbiamo un’occasione per esprimere più che una leadership, un forte coordinamento nella realizzazione di progetti di transizione, tra cui soprattutto Next Generation EU. E in generale, nel ripensamento del sistema produttivo europeo e delle regole sociali, politiche ed economiche che si accompagnano a questa trasformazione. L’Italia può fare molto, ma non bisogna identificare questo con la sopravvivenza del governo Draghi. È l’Italia con la sua rete di istituzioni politiche che può incidere; indubbiamente la reputazione internazionale di Mario Draghi, la sua capacità di lavorare e di esercitare leadership in una Unione che conosce e che padroneggia, è un valore aggiunto.

Chi vorresti che leggesse questo libro?

La tentazione edonistica di vedere il libro in mano ad Angela Merkel o Mario Draghi è davvero forte. Ma se dovessi immaginare i miei lettori, mi piacerebbero due categorie: la studentessa e lo studente interessati a capire l’Europa e a capire gli orientamenti fondamentali per poter votare in modo consapevole. L’altro destinatario è invece chi si occupa di politiche pubbliche. Ma il libro grazie agli altri due autori offre spunti anche per il mondo economico e della comunicazione.

E Federico Niglia che studente era?

Ero un secchione, ma mi divertivo molto. La Luiss mi ha dato la possibilità di studiare tantissimo, che era la mia passione, ma anche di creare un gruppo di amici che ho sfruttato appieno. Per me l’Università è stata davvero un ecosistema.

Federico di quei tempi l’avrebbe letto questo libro…

Sicuramente, l’avrebbe divorato in 2 giorni!

Federico Niglia, Ph.D. Department of Political Science, Luiss Guido Carli

Virginia Gullotta, CEO Pezzilli & Company S.r.l.

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