Israele e il Covid-19

16 Dicembre 2020

È molto probabile che il microchip che fa funzionare il vostro computer (Intel), la app che avete utilizzato per arrivare al lavoro con i mezzi pubblici (Moovit), il navigatore satellitare del vostro smartphone (Waze) e il software che gestisce la guida autonoma della vostra macchina (Mobileye) siano stati sviluppati – almeno in parte – nei laboratori di una azienda tech israeliana.

Israele, fondato appena settanta anni fa, poco più grande della Sicilia, privo di risorse naturali o materie prime, è riuscito in pochi decenni a divenire una tra le prime potenze tecnologiche al mondo, a fianco di realtà come la Silicon Valley californiana, il Regno Unito e il Giappone.

Oggi al 29° posto al mondo per reddito pro capite ($43.641)[1], nel 2019 Israele è stato il paese al mondo con il più elevato investimento pro capite in capitale di rischio con oltre $410 raccolti, seguito dagli USA, con $282 e i dati rilevati durante quest’anno sembrano confermare questo primato.

La sfida del Covid-19 

Il Covid-19 ha messo a dura prova le economie di qualsiasi paese al mondo ma Israele, pur colpito, si è dimostrato in grado di reagire a queste sfide in maniera appropriata. A nove mesi dall’inizio della pandemia globale, il comparto tech israeliano è rimasto illeso conservando il suo status di vera e propria calamita per gli investitori stranieri dell’high-tech.

Anzi, la sua attrattiva sembra essere ulteriormente aumentata: secondo l’IVC Research Center – la principale fonte di dati del settore high-tech – durante il primo semestre del 2020 le aziende tech hanno raccolto 5.25 miliardi di dollari, pari ad un aumento del 40% rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente[2]. Anche il numero totale di investimenti è cresciuto: nel primo semestre del 2020 sono stati chiusi 312 investment rounds; nel S1-2019 erano stati 298.

Gli Israeliani hanno inoltre guardato all’emergenza Covid come ad un’opportunità. Oggi sono almeno 70 le startup e aziende Israeliane che stanno sviluppando tecnologie mirate a contrastare il virus[3].

Molti esperti avevano temuto che le restrizioni di movimento imposte dai governi per arginare la pandemia avrebbero creato problemi e ritardi nei processi di investimento. Invece gli investitori hanno continuato ad investire, coniando l’espressione “Born in the Zoom”.Un’indagine condotta a giugno 2020 da Omer Ventures su 150 VC’s, ha rilevato che il 69% di questi era disposto a concludere deals in remoto e il 49% lo aveva già fatto. Per un motivo molto semplice: qualsiasi startup israeliana, a causa di un mercato domestico limitatissimo, nasce fin dal primo giorno come azienda internazionale e quindi potenzialmente, o spesso di fatto, con più sedi e di conseguenza il lavoro in remoto è già prassi acquisita da tempo. Questo è uno dei tanti vantaggi competitivi dell’ecosistema; vantaggi che gli hanno permesso di conservare la sua produttività nonostante i lockdown imposti alla maggior parte dei settori dell’economia per contenere la pandemia.

Tutto ciò, ovviamente, non avviene per caso. La capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti, anche drastici o radicali come quelli che stiamo vivendo, è tipico degli ecosistemi incentrati sull’innovazione, perché costantemente proiettati al futuro, e spesso attori stessi del cambiamento. L’innovazione permea ogni ambito della società israeliana. Persino nella vita politica non esiste ministro, governatore o sindaco che non discuta quotidianamente di innovazione. è propria questa inesauribile spinta che ha reso possibile questa crescita esplosiva e cambiato completamente il volto del Paese.

Il libro Start Up Nation [4] di Dan Senor illustra come l’attitudine insita nella cultura ebraica di porre sempre in discussione lo status quo con l’obiettivo di migliorare e perfezionare il mondo che ci circonda – assieme alla vitale necessità di conseguire la superiorità tecnologico-militare sui paesi che ne minacciato l’esistenza, sia una delle fonti principali del successo di questo paese.

L’assenza di barriere gerarchiche e l’accettazione sociale del fallimento sono altri due fattori imprescindibili. Nella società israeliana chiunque è “raggiungibile” e disponibile ad ascoltare. Il fallimento è parte integrante della vita professionale e non è motivo di vergogna. Tutt’altro.

Una ulteriore componente del successo di questo Paese è l’altissimo livello scolarizzazione. Israele è il terzo paese più istruito al mondo. Quasi la metà (49%) della popolazione adulta israeliana di età compresa tra i 25 ei 64 anni possiede qualifiche terziarie, ben al di sopra della media OCSE del 35%, e il terzo tasso più alto di tutti i paesi OCSE[5]. Questo risultato è sia frutto della centralità che viene data allo studio e all’educazione nella tradizione ebraica, che della leva obbligatoria (3 anni per i ragazzi e 2 per le ragazze). Una volta arruolati i ragazzi vengono, per quanto possibile, instradati in percorsi che esaltino le loro capacità, formandoli con una preparazione di livello universitario.

Ma per divenire uno dei principali distretti tecnologici al mondo tutto ciò non sarebbe comunque sufficiente; servono anche enormi capitali, pubblici e privati.

Israele è al primo posto del rank mondiale sia per percentuale di PIL investito in R&D – 4.9%[6] che per spesa pro-capite. Questa enorme massa di capitali (19 Miliardi di USD l’anno) viene distribuita grazie a moltissimi incubatori e acceleratori nazionali, regionali e accademici.

Il settore privato invece è popolato da 469 investitori accreditati e più di 100 angels attivi[7].

Nel 2019 le aziende israeliane hanno raccolto 7.9 miliardi di dollari[8], di cui circa la metà provenienti dall’estero. Una somma incredibile se si pensa che in Italia ne sono stati raccolti 694[9] milioni, e nell’intera Europa 36 miliardi[10].

Anche i VC’s continuano a dare ottimi risultati: ben 1.5 miliardi di dollari raccolti per investimenti futuri in s1-2020.

La pandemia globale ha avuto effetti distruttivi su intere filiere industriali ed economiche ma non sul settore hi-tech globale che addirittura sembra trarne vantaggio. Stati che investono costantemente e massicciamente in ricerca, sviluppo e formazione, forgeranno economie in grado di uscire più rapidamente, magari persino rafforzate, da questa crisi globale e dalle eventuali future.

I paesi che invece rischiano di venire travolti dagli effetti del Covid sono quelli dove l’innovazione è ancora troppo lenta e superficiale, temuta o persino ostacolata. Questi paesi dovrebbero cercare di far proprie le best practice sviluppate dai paesi più innovativi e all’avanguardia come Israele, avviando, promuovendo e sostenendo quanto prima veri processi di innovazione dell’intera società.

Daniele Moscati, CEO del Jewish Economic Forum e Managing Partner della società di consulenza e business development NG Group e Chapter Leader ALL Tel Aviv 

[1] World Bank: https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.PCAP.CD?most_recent_value_desc=true
[2] https://www.ivc-online.com/Portals/0/RC/Survey/IVC%20ZAG%20Q3%202020-Final.pdf?ver=2020-10-14-110231-153&timestamp=1602662461510
[3] The Startup Nation: https://www.startupnationcentral.org/wp-content/uploads/2020/03/COVID19-Start-Up-Landscape.pdf
[4] “Laboratorio Israele” di Dan Senor, Saul Singer. Edito da Mondadori 
[5] https://www.oecd-ilibrary.org/sites/9789264302051-3-en/index.html?itemId=/content/component/9789264302051-3-en
[6] https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_research_and_development_spending
[7] Cardumen Capital https://medium.com/@cardumencapital/israel-funding-ecosystem-44878280bf00
[8] https://www.ivc-online.com/Portals/0/RC/Survey/IVC%20ZAG%20Q3%202020-Final.pdf?ver=2020-10-14-110231-153&timestamp=1602662461510
[9] https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/hitech/2019/12/03/investimenti-in-startup-hi-tech-a-694mln_d3f31856-c13a-4287-9acd-e8e5615df85d.html
[10] https://news.crunchbase.com/news/european-venture-report-vc-dollars-rise-in-2019/

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